L'IDROGENO

legami idrogeno

Perchè alla fine siamo fatti di atomi e ci comportiamo proprio come loro.

simulando i miei vuoti

25. Gennaio 2014

io che guardo ed elaboro, penso, manteno e trattengo, vado, rompo, smonto, piango, urlo, ricompongo, poi sfido,sento, corro, mi rotolo, evito,  mi uccido e rinasco, mi sparo in testa ma non muoio, strappo le mie carni ma ritornano, capace in tutto ma incapace in tutto,  e molto più, e molto meglio, e molto peggio, e molto altro, ma poi non riesco ad immaginare un bacio, la mia mente non riesce a simulare la profondità di due vuoti che si riempiono, due labbra che toccano, due anime che si sfiorano. 

ho voglia di mi piace

23. Gennaio 2014

era il 1984, il Grande Fratello Vi guarda, sei un fottuto genio Orwell, solo che io attualizzerei questa frase in: “2013 che hai visualizzato il messaggio su Facebook”.
quindi ragazzo mio non ribellarti, non esprimere le tue idee, attento a cosa dici, attento a cosa condividi, altrimenti poi non piaci, quindi taci e sorridi al Grande Fratello con il pollice blu in su, perchè se ti ribelli tu non esisterai più, cancellato. 
e allora sai che dico? mi cancello io.

"ispirato - ladisoccupazioneingegna"

amori biologici

21. Gennaio 2014

amori osmotici, tutta questione di concentrazioni, scambi emotivi tra membrane semipermeabili, micro e nano pori per anime densamente variabili

shh!

18. Gennaio 2014

Non serve mica superare i 1110 km/h e rompere la barriera del suono per evitare alcune voci.

pensando

18. Gennaio 2014

teoria delle stringhe per coscienze transcraniche consumate come staedtler usate.

hai da cambiare?

18. Gennaio 2014

i distributori automatici di emozioni non tornano il resto, perlomeno accettano pezzi da 1 e 2 centesimi.

vivendo da fuori sede

18. Gennaio 2014

finestra chiusa, luce soffusa intravedo la nebbia ma che giornata di merda, devo scendere dal letto ma prima penso a quale piede mettere giù tra i due, determinerà l’esito della giornata, sai quella storia del piede sbagliato, io ci provo. dopo diretto verso la moka, colazione caffè e rimasugli tra biscotti o fette biscottate con quello che ci sta dello schimico della sera prima, accendo lo stereo per non sentirmi solo e tra notizie di cronaca e musica da radio capital finisco il da farsi per iniziare la mattina.
cuffie ed esco di casa, metto a fuoco le solite facce del martedì in strada, il ragazzo al bar, il vecchio col cane, una ragazza al telefono, il tossico inquinato da crack che dialoga con il suo riflesso. guardo l’ora ma tanto so che è tardi, cammino limitandomi a seguire la strada dei passanti, tanto tutto attorno mi sa di monocromatico, bianco sfuso e luci d’auto. nel frattempo parte un pezzo dei “soviet soviet”, si chiama “ecstasy”, mi trovo sulla panoramica e come ogni giorno come se fosse la prima volta, rallento per ammirare il paese, come se non l’avessi mai visto, guardo le persone dall’alto e mi chiedo dove stiano andando e quale sia la loro storia, in tutto questo cerco stare attento alle persone che mi passano affianco, non sono uno da contatto fisico, specialmente di prima mattina. l’aria è umida, sembra quasi sentire la condensa formarsi nella mia trachea per poi rievaporare ed uscire nuovamente al prossimo respiro, questa volta però l’aria che ne esce è calda, nonostante senta di ghiaccio dentro e penso “bhè di buono esiste ancora in me, devo solo capire da dove parte questo calore umano” e poi daratà daratatà ecco che parte uno pezzo degli “Dale Earnhardt Jr. Jr.” intitolato “Simple Girl” ed allora ci sta uno spasmo che spinge le due estremità delle labbra ad allargarsi leggermente, compare un accenno di sorriso, qualcosa di involontario, quasi patetico, ma spontaneo.infine la meta, la biblioteca, nuove facce, rumori silenziosi, menti urlatrici, i fogli sfogliano, gli sguardi guardano e squadrano, respiri disinteressati, le pause, per qualcuno da caffè per altri da tabacco, gente che va e gente che viene, gente che prova ma non trova, gente che posa e se ne va, gente che parla, gente che mormora, gente che ride o che semplicemente accenna suoni silenziosi simulando colloqui, connessioni alla mano, dispositivi comunicanti, messaggi disinteressanti, chi si isola fisicamente, chi si isola musicalmente, chi lo fa con tappi alle orecchie, timidi ma disinteressati sguardi che s’incrociano.  è l’ora di pranzo per me un trancio, ancora caffè e di nuovo mi lancio, sprofondo tra molecole e legami idrogeno, fogli a quadri, dispense digitali, appunti materiali, nelle mie cuffie parte un pezzo di “Sara Bareilles, Ingrid Michealson” intitolata “Winter Song” finita li per caso o per voglia, presa da una vecchia ma non troppo playlist di Spotify, mi fermo, penso, ricordo l’inverno, tornano i rimossi, la malinconia che si espande rapidamente e parte dal baricentro del mio petto, come inchiostro in acqua avanza, risento le parole ma non riesco ad udire voce, ormai è passato troppo tempo dall’ultima pronuncia, le mani si riempiono, polpastrelli si toccano, immagini da flash nella mia mente torno cosciente, next, “Albascura” dei “Subsonica“, la rabbia, la carica, l’odio, ma poi partono gli inutili sensi di colpa, finisce per sentirsi troppo crudeli e allora next, “Put a light on” dei “Generationals“, loro fanno parte di una nuova generazione, niente ricordi, niente correlazione, li lascio suonare e torno a studiare. si riprende allora con gli sguardi, le letture, cercare di capire e decifrare i numeri ed i simboli, risolvere quesiti ed algoritmi mentali, C5H12, grinard, sostituzioni elettrofile poi nucleofile. il telefono mi squilla, “tra 20 minuti in centro per una birra“, so le cinque penso, me la merito una pausa, prendo il casino sul tavolo, le cose messe alla shanghai nello zaino, faccio due conti, questi sono per la spesa, questi per la birra, questi per il caffè, questi per domani a pranzo e questi per domani a cena, cazzo con questi ci devono uscire anche le bollette per l’Enel, gas, acqua ed aria. ecco le scale, mi siedo “aspetta amico fai un sorriso” cheese, “hei tu, so che sei qui a fare il turista a fotografare monumenti ed eventi, ma sai ci tenevo ad uscire bene, so che non ci conosciamo, so che non te ne frega un cazzo di me e che nemmeno ci tenevi a farmi uscire, ma io ci sono amico, so che non siamo amici, ma io ci sono nella tua fottuta foto, quindi senti rifacciamola, sarò naturale giuro, terrò gli occhi aperti giuro, dai fatti un sorso di birra, di dove sei? che ci fai qui? non parli italiano? ah parli poco perché sei tedesco, l’avevo riconosciuto dai calzettoni bianchi a spugna e i supplementi a sandali marroni, sai un po’ anche dal tuo zaino color pistacchio i tuoi pantaloncini corti ed il tuo accento alla Papa Ratzinger, no scusa non volevo offenderti, giuro, dai non sto dicendo che siete strani, davvero, non sto insultando il Papa, davvero, dai non alzare la voce, ma perchè ora mi alzi il dito medio non è educato, dai va bene ora vado via, ma senti prima me la rifai la foto? ho dato anche una sistemata ai capelli“.

Legami Idrogeno

Δt ≠ 0

17. Gennaio 2014

la nostra fortuna è sapere che un giorno moriremo, ci fa sentire così limitati, ci fa capire che non possiamo perdere tempo. ti rendi conti che devi andare avanti perché il tempo, che noi misuriamo basandoci sullo spostamento di una lancette, continuerebbe ad avanzare senza sosta, il senso orario non cambia, non si torna indietro ed allora noi seguiremo la lancetta per iniziare un nuovo tempo da misurare.

immagina un uomo immortale, che ha a disposizione tutto il tempo che desidera, immaginalo difronte ad uno di quei problemi esistenziali, uno di quelli che ti fanno entrare in un mondo tutto tuo e che ti lasciano li a riflettere, una di quelle riflessioni fisiologiche, come la fame ed il sonno, non puoi farne a meno, perché il tuo corpo vuole. alla fine quest’uomo, dopo aver passato un tempo indefinibile non troverà risposte appaganti ed ormai appartenente a questo mondo creato, non troverebbe pace se non nella morte.

la sensazione in questione si chiama sehnsucht.